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img tratta da https://comunicazionisociali.chiesacattolica.it/quando-le-immagini-dicono-piu-delle-parole/

Educare ad una pace disarmata e disarmante

La Nota della CEI preparata dall’Ufficio nazionale di Pastorale Sociale nasce sulla scia del magistero di papa Leone che ha fatto della pace la categoria sintetica della Dottrina Sociale della Chiesa. È un documento che riconosce nell’impegno per la pace «il sensus fidei del popolo di Dio che è in Italia, nel corso del cammino sinodale». Vuole rispondere ad una responsabilità storica della chiesa italiana che manifesta la propria missione di evangelizzazione condividendo le gioie e le speranze, le paure e le angosce dell’uomo di oggi.

Costruita secondo il metodo classico della Dottrina Sociale della Chiesa (vedere, giudicare e agire), la nota intende «lasciarsi interrogare dai segni dei tempi». È suddivisa in tre passaggi: esame del contesto; riferimenti biblici e magisteriali; prospettive di pensiero e di azione. L’obiettivo dichiarato è quello di offrire «spunti al discernimento in un tempo ricco di interrogativi».

Il documento individua le principali novità del contesto storico contemporaneo, nella crisi di un sistema sorto all’indomani della seconda guerra mondiale: la promessa secondo la quale le relazioni internazionali centrate sui diritti umani e sulle libertà economiche, avrebbero garantito un periodo di pace e di sviluppo per tutti. La crisi economico-finanziaria del 2008 ha mostrato i limiti del modello economico neoliberale responsabile dell’aumento delle disuguaglianze su scala mondiale. Di pari passo, a fronte della globalizzazione delle disuguaglianze, crescono i nazionalismi e le paure. Il deteriorarsi del quadro internazionale rimbalza nelle polarizzazioni sociali e politiche e quindi nei conflitti, nella violenza verbale, nella guerra ibrida e alla fine, nella mistificazione sistematica della realtà. L’esperimento di pace dell’Unione Europea quale «testimonianza che la logica della violenza non è inevitabile e che un’altra strada è possibile», pur nella sua attuale debolezza, rimane ancora incompiuto. 

Dal punto di vista biblico il documento sottolinea che «Il Dio della Bibbia è il Vivente, creatore, pieno di passione e amante della vita, ma anche potenzialmente capace di violenza». Il tema della guerra santa attraversa tutta la Scrittura, fino al compimento apocalittico della promessa messianica. In realtà, però, «Dio non cessa di offrire la sua pace, come possibilità per realizzare una vita piena, anche quando siamo peccatori. Questo è l’autentico volto di Dio». Il Magistero sociale postconciliare giunge, dunque, ad affermare che nessuna guerra può oggi essere giustificata. 

La sproporzione distruttiva e l’incontrollabilità di armi tecnologicamente devastanti impediscono di associare il sostantivo «guerra» e l’aggettivo «giusta». La nostra dottrina della pace si basa su due tradizioni che risalgono agli inizi del cristianesimo e che si sono sempre influenzate a vicenda: «il pacifismo di matrice cristiana, con il suo divieto totale della violenza, e la legittimazione critica e condizionale della violenza, con l’intento di controllarla e ridurla al minimo. Nonostante le differenze, queste due tradizioni hanno un obiettivo comune: la violenza deve essere superata». L’uso della violenza a scopo difensivo può dirsi legittimo «solo in presenza di un’aggressione in atto, quando si sia tentata ogni altra via per arrestarla e quando vi sia proporzionalità tra i beni da difendere e il danno arrecato: condizioni esigenti, raramente soddisfatte dai conflitti in atto. L’indicazione che emerge è chiara: «più che dibattere sulla liceità della guerra, si tratta di costruire la pace; occorrono artigiani di pace, soggetti che da un cuore pacificato sappiano trarre le energie per operare per essa nella storia e nel tempo, a tutti i livelli». 

Come costruire pace? Anzitutto attraverso l’educazione a tutti i livelli. In secondo luogo se la pace nella giustizia è affidata agli esseri umani, «essa è soprattutto primo compito della politica». Democrazia è, infatti, non fare del conflitto politico causa di scontro, ma occasione di incontro. 

Un’attenzione privilegiata è riservata alla nonviolenza attiva intesa quale «conversione culturale che rifiuta ogni azione che danneggia l’essere umano e il pianeta». Fondamentale è quindi il ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, che in molte occasioni hanno portato contributi fondamentali alla pace.

Nell’era digitale segnata dalla pervasività della Rete e dall’emergere dell’intelligenza artificiale, diventa «essenziale portare la logica della pace anche in questo nuovo ambiente antropologico». Un’ulteriore dimensione della cultura di pace è il rapporto con la terra: dobbiamo avere il coraggio di porre fine alla nostra guerra alla terra e fare con essa la pace. 

Da ultimo una proposta interessante, solo accennata ma che forse andrebbe discussa in modo più appropriato. La difesa della patria non si assicura solo con il ricorso alle armi, ma «passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile. Oggi, di fronte al mondo in guerra, dovremmo poter declinare il valore della ’difesa della patria’ in un servizio civile obbligatorio per ogni giovane, come momento che accompagna la maturità politica della maggiore età con quella civile e morale. Un servizio civile obbligatorio sarebbe un investimento per dare alle prossime generazioni l’occasione di praticare la cura per la dignità della persona umana e per l’ambiente, per opporsi all’ineguaglianza che si fa sistema sociale, per creare una cultura di pace».

Un documento stimolante in un tempo complesso di grandi cambiamenti. Forse un po’ lungo. L’obiettivo di inserire tutto il possibile in temi delicati come la pace, non è immune dal rischio di apparire superficiale, approssimativo e forse già un po’ datato in alcuni passaggi. Ma per una recensione più dettagliata e approfondita (anche sotto il profilo teologico) rimandiamo al prossimo numero della rivista La Società.

 

don Renzo Beghini

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