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«Il mio popolo perisce per mancanza di visione» (Os 4,6)

 

«Il mio popolo perisce per mancanza di visione» (Os 4,6). Così il profeta Osea riassume la condizione del suo popolo.

Le recenti elezioni regionali ci hanno consegnato un quadro scoraggiante e deprimente dai colori freddi e tristi. Uno stato di salute della convivenza pubblica che ci deve – come credenti – interrogare. 

L’affluenza del 44,6 per cento in Veneto (44% in Campania e 42% in Puglia) dice che il nuovo governatore ha raccolto un consenso che si aggira intorno al 28 per cento dei cittadini veneti. Meno di uno su tre! Voto più, voto meno. Certo, questa è democrazia. C’è stata una campagna elettorale troppo breve, in un periodo molto infelice. Ma il dato esprime anche una rappresentanza, un’autorevolezza e una legittimità della prossima amministrazione regionale che definire debole è ancora poco. Non saprei dire se ai politici di professione sta bene così, ma come credenti certamente no. 

Il testo dei vescovi del Veneto sull’invito al voto, non è stato l’ennesimo appello moralistico all’attenzione verso i poveri, gli ultimi, gli immigrati, i pensionati … così come qualcuno ha scritto. Questa è una lettura decisamente superficiale. I vescovi hanno voluto anzitutto esporre e mettere in fila le sfide che dal loro osservatorio, la neoeletta amministrazione regionale dovrà affrontare nel prossimo quinquennio. Questo è il punto di partenza dell’appello. Il che non ha nulla di moralistico. La denatalità e la casa per le giovani coppie, il lavoro povero e i flussi migratori, la salute e la sanità, l’ambiente e il modello di sviluppo … sono questioni che il consiglio regionale dovrà affrontare e di cui i veneti chiedono risposte. Temi confermati peraltro dal confronto pre-elettorale.

Ma dove cercare le ragioni della disaffezione e cosa ha a che fare con l’essere credenti?

Quarant’anni fa Pietro Scoppola pubblicava un saggio dal titolo emblematico: «La nuova cristianità perduta». La provocazione sta nella contrapposizione tra il «nuova» e il «perduta»: se è nuova come mai è già perduta? L’espressione “nuova cristianità” era stata usata negli anni Trenta in un famoso scritto dal titolo Umanesimo integrale del filosofo francese Jacques Maritain, in cui l’autore riassumeva il progetto di una nuova società: un modello nuovo di società distinto sia dal modello capitalistico, che allora appariva in crisi, sia dal modello comunista che si presentava con il volto disumano dello stalinismo. Questo modello di nuova cristianità ha mobilitato nel dopoguerra e dopo la caduta del fascismo, molte energie in Europa e in Italia, e ha visto in questo un punto di riferimento importante, soprattutto per le nuove generazioni. 

Queste energie si sono impegnate nell’azione, hanno dato vita a un grande movimento sociale e politico che ha avuto grande successo. Ma – si chiede Scoppola – da tutto questo che cosa è nato? Non è nata una nuova cristianità. È nata la società secolarizzata del nostro tempo. La società consumistica che è altra cosa dalla nuova cristianità che Maritain aveva progettato. In questo senso è perduta. La tesi conclusiva: non ci resta che la testimonianza personale. Non che la domanda di spiritualità o la fede siano scomparse. Ma siamo passati ad un tempo in cui la fede non è più rilevante per il contesto culturale e sociale. Non è e non può più essere una “visione”. Anzi, la fine della cristianità è l’occasione per tornare all’essenziale, alla libertà degli inizi con la pura testimonianza della vita: “il vangelo non ha bisogno di un mondo che lo protegga ma di cuori che lo incarnano”. In sintesi, il mondo è sotto il dominio di un pensiero ostile e inconciliabile con il cristianesimo che non lascia spazio al dialogo e al confronto, per cui possiamo solo testimoniare la fede nella prassi. E in silenzio. 

«Il mio popolo perisce per mancanza di visione». Vent’anni fa l’allora presidente della CEI Card. Ruini aveva usato l’espressione “meglio contestati che irrilevanti”. Oggi sembra più adeguato dire “non contestati perché irrilevanti”. Se si condivide il nesso fra impegno politico e Dottrina sociale della chiesa, la fede personale ed ecclesiale devono diventare cultura. E la cultura informare con coerenza la politica. La mancanza di visione e l’ignoranza del magistero sociale che rimane sconosciuto e sottovalutato, sono una delle cause, anche se non l’unica, della disaffezione e dell’irrilevanza. 

don Renzo Beghini

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