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L'enciclica Dilexit Nos

La Dilexit Nos nasce dall’esperienza spirituale di Papa Francesco come un testamento, un lascito che respira il dramma delle enormi sofferenze prodotte dalle guerre e dalle tante violenze in corso. Permette di scoprire che quanto è scritto nelle Encicliche sociali Evangelii Gaudium, Laudato sì e Fratelli tutti, non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo. È un’enciclica che entra nella realtà, in ciò che vive il mondo e offre una chiave interpretativa fondamentale per comprendere il magistero di Francesco e l’origine dei suoi interventi sui temi sociali. 

Viviamo in un condensato di crisi inedite tra guerre locali, commerciali, problemi ambientali, sanitari, immigratori, e tensioni internazionali non risolte. Queste crisi che stiamo affrontando sono l’indice di una crisi anzitutto di ordine spirituale. La Dilexit spiega perché occorre “ritornare al cuore” in un mondo nel quale siamo tentati di “diventare consumisti insaziabili e schiavi degli ingranaggi di un mercato” (2). È il cuore “che unisce i frammenti” e rende possibile “qualsiasi legame autentico, perché una relazione che non è costruita con il cuore è incapace di superare la frammentazione dell’individualismo” (17). E il mondo può cambiare “a partire dal cuore” (28).

Per Francesco la dimensione spirituale è anzitutto un incontro, il luogo e il dono di un incontro. È il luogo della resilienza, di ciò che rimane e assorbe gli urti dello scorrere del tempo. È un incontro che ha contrassegnato in modo indelebile l’interiorità. È un’esperienza di libertà, individuale e non trasferibile perché avviene nel luogo più profondo della coscienza. Il Cuore di Cristo il vero centro: “è estasi, è uscita, è dono, è incontro. In Lui diventiamo capaci di relazionarci in modo sano”.

Negli ultimi due capitoli, il Pontefice mette in luce i due aspetti che “la devozione al Sacro Cuore dovrebbe tenere uniti per continuare a nutrirci e ad avvicinarci al Vangelo: l’esperienza spirituale personale e l’impegno comunitario e missionario”. Nel quarto, “L’amore che dà da bere”, rilegge le Sacre Scritture, e con i primi cristiani, riconosce Cristo e il suo costato aperto in “colui che hanno trafitto” che Dio riferisce a se stesso nella profezia del libro di Zaccaria. Diversi Padri della Chiesa hanno menzionato “la ferita del costato di Gesù come origine dell’acqua dello Spirito”, in primis Sant’Agostino, che “ha aperto la strada alla devozione al Sacro Cuore come luogo di incontro personale con il Signore”. Tra i devoti, l’Enciclica ricorda San Francesco di Sales, Santa Margherita Maria Alacoque, Santa Teresa di Lisieux, Santa Faustina Kowalska, San Giovanni Paolo II.
L’ultimo capitolo “Amore per amore” approfondisce la dimensione comunitaria, sociale e missionaria della devozione al Cuore di Cristo, che, nel momento in cui “ci conduce al Padre, ci invia ai fratelli”. L’amore per i fratelli è infatti il “gesto più grande che possiamo offrirgli per ricambiare amore per amore”, come ha testimoniato, ad esempio, San Charles de Foucauld.
Il testo si conclude con una preghiera di Francesco: “Prego il Signore Gesù che dal suo Cuore santo scorrano per tutti noi fiumi di acqua viva per guarire le ferite che ci infliggiamo, per rafforzare la nostra capacità di amare e servire, per spingerci a imparare a camminare insieme verso un mondo giusto, solidale e fraterno. Questo fino a quando celebreremo felicemente uniti il banchetto del Regno celeste. Lì ci sarà Cristo risorto, che armonizzerà tutte le nostre differenze con la luce che sgorga incessantemente dal suo Cuore aperto. Che sia sempre benedetto!”.

don Renzo Beghini

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