Scuola di Pace: summer-school in Bosnia
Guardare l’Europa dalla periferia, per capire la deriva dei diritti
Guardare l’Europa dalla periferia, per capire la deriva dei diritti è il titolo della Summer School della Scuola di Pace e Nonviolenza di Verona (Fondazione Toniolo e Movimento Nonviolento) che si è trasferita in Bosnia Herzegovina dal 17 al 22 agosto. Quattordici i partecipanti, con tappe a Tuzla, Srebrenica, Sarajevo, per incontrare i gruppi locali che hanno lavorato sulla memoria condivisa e sulla giustizia riparativa dopo le sanguinose guerre e il genocidio degli anni Novanta.
Siamo stati accolti dall’associazione Djeluj che svolge un lavoro di monitoraggio dei diritti umani e aiuto solidale ai profughi che transitano sulla rotta balcanica. Dopo la cena, passaggio obbligato all’albero dedicato ad Alexander Langer nella piazza principale della città, e reso omaggio al memoriale dedicato alla strage del 25 maggio 1995 in cui morirono 71 giovani a causa di una granata.
Siamo in visita al memoriale di Srebrenica. Non si può descrivere il silenzio che ti avvolge alla visita di quelle migliaia di tombe, steli e nomi. Essere lì, dove l’abisso della guerra è arrivato al punto più basso, dove si è consumato il genocidio, ti dà un senso di smarrimento. Ma lì si sente anche la forza di chi ha amato le singole vittime restituendogli umanità, ricomponendo la salma, dandogli sepoltura. Andateci, se non ci siete stati. È il grido più forte contro la guerra, che dà la pace del silenzio. I colori, verde del prato, azzurro del cielo e bianco dei cippi, ti restano dentro come un richiamo alla bellezza dopo il buio della morte fratricida.Per la cena siamo stati ospiti nella sede del gruppo di donne di Srebrenica che tengono viva la memoria, le stesse di Adopr Srebrenica che nel 2010 hanno ricevuto il premio internazionale Alexander Langer per il loro lavoro di ricostruzione della convivenza, messo di nuovo a rischio dall’indifferenza e dai risorgenti nazionalismi di oggi. Per mantenere le loro attività fanno lavori a maglia e accoglienza nelle case.
Eccoci a Sarajevo. La mattina è dedicata alla conoscenza del lavoro di due associazioni non governative e no profit che forniscono assistenza, mediazione culturale, vestiario e supporto ai migranti e richiedenti asilo, secondo i loro bisogni: Kompass 071 e Collettive Aid, oltre al sostegno umanitario, svolgono anche un lavoro di denuncia di una legislazione sempre più tesa a comprimere il diritto d’asilo, e monitorano ciò che avviene sulle rotte balcaniche. Siamo poi andati a visitare il Museo del Tunnel che passava sotto l’aeroporto e permetteva il passaggio di aiuti umanitari e persone che potevano così entrare nella città assediata. Il pomeriggio l’abbiamo dedicato alla visita culturale, nel centro storico Baščaršija, dove si trovano la Moschea di Gazi Husrev-beg e la Vecchia Chiesa Ortodossa, con il museo delle icone, e si tocca con mano la convivenza interreligiosa di questa città.
Lasciamo la città presto, per iniziare il viaggio di rientro. Lungo la strada che dalla Bosnia porta in Croazia, vediamo ancora molti ruderi di case, con tetto e finestre distrutti dagli incendi delle granate fatte scoppiare all’interno, durante i giorni della pulizia etnica. Sulle facciate si vedono ancora i simboli e le scritte in serbo: un monito che resta a ricordare le conseguenze della guerra di epurazione.
Alla frontiera i controlli sono rigorosi, e accumuliamo parecchio ritardo, che aumenta a causa del traffico intenso; arriviamo alle rispettive destinazioni (Verona, Brescia, Parma, Reggio Emilia, Cividale) tre ore dopo il previsto. La Summer School si conclude qui. È il momento dei saluti.
I quattordici partecipanti sono: Clara, Caterina, Raffaella, Paola, Anna, Mario, Graziella, Agostino, Maurizio, Loretta, Mariateresa, Christian, Gabriella, Mao. Un ringraziamento particolare va ad Agostino, che si è fatto carico dell’organizzazione, ed è stato una guida preziosa e a Maurizio per il lavoro di traduzione e accompagnamento; grazie a chi si è messo alla guida dei due pulmini, sulle strade non facili della Bosnia Erzegovina. E grazie infine ai nostri ospiti e alle persone che abbiamo incontrato e ci hanno fatto conoscere il faticoso lavoro di rinascita e riparazione dopo gli anni della guerra.





