
"Velocità o rapidità". L'editoriale di don Renzo Beghini
Velocità o rapidità?
Siamo in un’epoca di cambiamento. E i cambiamenti che sperimentiamo non sono «veloci». Sono «rapidi». La Chiesa non ha mai dimostrato preoccupazione per la velocità dei fenomeni. Ha invece posto l’accento sulla loro «rapidità». Fu Giovanni Paolo II a parlare del «rapido sviluppo delle tecnologie». Nell’aggettivo “rapido” si ritrova la radice del “rapire”, cioè afferrare, trascinar via. Il treno è veloce: fila indisturbato sui propri binari senza travolgere nulla. «Il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile, i cui records segnano la storia del progresso delle macchine e degli uomini», nota Italo Calvino nelle sue Lezioni americane.
“Rapidus” è invece non ciò che corre, ma ciò che rapisce, trascina, travolge. Ed è pure capace di coinvolgere atteggiamenti, stili di vita, schemi cognitivi, comprensioni della realtà. L’invenzione della luce elettrica ha «rapito» il ritmo delle nostre giornate. E se i social network hanno travolto la nostra capacità di relazione, l’intelligenza artificiale sta disorientando il nostro modo di pensare.
Ma cosa significa vivere in tempi veloci senza lasciarsi rapire la speranza?
Anzitutto come ci insegna papa Francesco e i lavori del sinodo, significa non fermarsi a “predicar dalla riva”, ma avere anzi il coraggio di “stare nella barca”, pur con tutte le fatiche di gestire le onde e il mare grosso: tra chi vede (e urla) “terra” dappertutto e chi invece vorrebbe tornare sicuri in porto.
Sono accadute “cose”. C’è stata una lunga esperienza pandemica in cui le relazioni sono rimaste sospese e confinate nelle case, generando una discontinuità nella socializzazione di cui diversi portano ancora i segni. Dobbiamo prendere atto di una cultura ecclesiale che ha molteplici e spesso contraddittorie dimensioni. C’è chi per un verso rivela una pericolosa tendenza ad una collettiva indifferenza dei valori e dei comportamenti insieme alla propensione a rinviare, tralasciare e omettere la vita ecclesiale e sacramentale. Come afferma De Rita, si è cioè creata una sorta di “zona grigia” di “credenti non presenti”. Negli ultimi decenni si è affermato un imperativo del primato del soggetto, autorizzato a giudicare cosa è peccato e cosa non lo è; in fondo già Spinoza diceva che l’uomo non desidera il bene, ma chiama bene ciò che desidera. E c’è chi invece, al contrario si rinchiude in sé stesso e nelle sue certezze brandendo la clava della vera fede e della vera dottrina.
Siamo di fronte a fenomeni sotto i quali opera un grande processo storico: una soggettività sia quantitativa (la società moderna è fatta di tanti innumerevoli soggetti, e conseguentemente di un pluralismo segmentato dei comportamenti e dei valori); sia qualitativa (la società moderna è pericolosamente segnata dal primato del soggettivismo, anche etico). Ed è su queste due diverse facce di una “inaudita” e mai sperimentata primazia della soggettività, che la chiesa con la sua intelligenza della fede “veloce e lenta” deve lavorare.
La fedeltà alla storia ci insegna che la sfida è cambiare insieme, consapevoli che solo i grandi processi collettivi sono capaci di emozionare le varie componenti sociali ed ecclesiali. Abbiamo bisogno di una vita di fede capace di passione. Dobbiamo saper andare oltre l’“Io”, partendo però dalla forza del sé, cavalcando il conatus essendi di ciascuno di noi, non per domarlo, bensì per farlo crescere in modo più sano, nel saper fare, nel fare bene, nel voler fare con serietà, costruendo una vita buona, non indistinta e solitaria, ma unica e per questo fraterna.
don Renzo Beghini